News & Normativa3 giugno 2026

D.Lgs 231 2001: Come Costruire un Modello Organizzativo Adeguato nel 2026

Il D.Lgs 231/2001 ha introdotto nel nostro ordinamento un istituto di portata rivoluzionaria: la responsabilità amministrativa degli enti per i reati commessi nel loro interesse o a loro vantaggio da soggetti apicali o sottoposti alla loro direzione. A distanza di oltre vent'anni dall'entrata in vig

D.Lgs 231 2001: Come Costruire un Modello Organizzativo Adeguato nel 2026

D.Lgs 231 2001: Come Costruire un Modello Organizzativo Adeguato nel 2026

Il D.Lgs 231/2001 ha introdotto nel nostro ordinamento un istituto di portata rivoluzionaria: la responsabilità amministrativa degli enti per i reati commessi nel loro interesse o a loro vantaggio da soggetti apicali o sottoposti alla loro direzione. A distanza di oltre vent'anni dall'entrata in vigore, la disciplina continua a espandersi attraverso successive novelle legislative, rendendo la costruzione di un modello organizzativo 231 adeguato una priorità assoluta per qualsiasi impresa strutturata che operi sul territorio italiano nel 2026.

Questo articolo analizza i fondamenti normativi del sistema, i presupposti della responsabilità, i requisiti che un modello organizzativo deve soddisfare per costituire esimente efficace e le buone pratiche operative che ogni ente dovrebbe adottare.


Il quadro normativo: cosa prevede il D.Lgs 231/2001

Il decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, recependo la Convenzione OCSE sulla corruzione internazionale e adeguandosi agli obblighi comunitari, ha rotto il dogma societas delinquere non potest, introducendo una forma di responsabilità che, sebbene denominata "amministrativa", presenta caratteri schiettamente penalistici: viene accertata dal giudice penale, nell'ambito del procedimento penale, con le garanzie tipiche di quel processo.

Il catalogo dei reati presupposto si è arricchito nel tempo in modo significativo. Agli originari reati contro la pubblica amministrazione si sono aggiunti, nel corso degli anni:

  • reati societari e bancari
  • reati di market abuse
  • reati ambientali
  • reati tributari (inseriti con il D.L. 124/2019)
  • reati in materia di salute e sicurezza sul lavoro
  • reati informatici e trattamento illecito di dati
  • reati di corruzione tra privati
  • reati connessi al lavoro illegale e allo sfruttamento della manodopera
  • reati in materia di violazioni dei diritti d'autore

Nel 2026, il panorama normativo di riferimento include anche le implicazioni derivanti dall'AI Act europeo per le imprese che sviluppano o impiegano sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio, con potenziali intersezioni rispetto ai reati informatici e alle violazioni della normativa sulla protezione dei dati già ricompresi nel catalogo 231.


I presupposti della responsabilità amministrativa dell'ente

Affinché la responsabilità dell'ente possa essere affermata, devono ricorrere congiuntamente tre condizioni fondamentali.

1. La commissione di un reato presupposto

Il reato deve essere uno di quelli espressamente previsti dal decreto o dalle leggi speciali che vi rinviano. Non è sufficiente qualsiasi illecito: il catalogo tassativo dei reati presupposto rappresenta il confine entro cui opera il sistema.

2. Il criterio di imputazione soggettiva

Il reato deve essere commesso da un soggetto apicale (chi riveste funzioni di rappresentanza, amministrazione o direzione dell'ente, anche di fatto) oppure da un soggetto sottoposto all'altrui direzione o vigilanza. Nel primo caso si applica un criterio di presunzione di responsabilità, con inversione dell'onere della prova a carico dell'ente. Nel secondo caso, la responsabilità dell'ente presuppone che il reato sia stato reso possibile dall'inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza.

3. Il criterio oggettivo: interesse o vantaggio

Il reato deve essere stato commesso nell'interesse o a vantaggio dell'ente. La giurisprudenza ha chiarito che l'interesse ha carattere finalistico (valutato ex ante) e il vantaggio ha carattere consuntivo (valutato ex post). I due criteri sono alternativi, non cumulativi.


Il modello organizzativo 231 come esimente

L'articolo 6 del decreto prevede che l'ente non risponde se, prima della commissione del fatto, ha adottato ed efficacemente attuato modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi. In caso di reato commesso da soggetti apicali, l'ente deve dimostrare inoltre che il soggetto ha agito eludendo fraudolentemente il modello e che l'Organismo di Vigilanza (OdV) non ha omesso o insufficientemente esercitato la propria attività di controllo.

Il modello organizzativo 231, dunque, non è un mero adempimento documentale: è lo strumento attraverso cui l'ente può paralizzare la pretesa punitiva dell'ordinamento, a condizione che sia concretamente adeguato e realmente applicato.


Come costruire un modello organizzativo adeguato: le fasi operative

Fase 1 – Mappatura dei rischi (risk assessment)

Il punto di partenza è l'analisi del contesto aziendale specifico. Non esiste un modello universale: ogni ente deve partire dalla propria struttura organizzativa, dal settore di attività, dalla tipologia di controparti e dalla collocazione geografica delle operazioni.

La mappatura deve identificare:

  • le aree di attività a rischio di commissione dei reati presupposto (cd. "attività sensibili")
  • i processi aziendali che intersecano tali aree
  • i soggetti coinvolti, apicali e sottoposti
  • i controlli esistenti e le eventuali lacune

Il risk assessment non è un'attività una tantum: deve essere periodicamente aggiornato al mutare dell'assetto organizzativo, delle attività svolte e del quadro normativo.

Fase 2 – Redazione del modello organizzativo

Il modello si articola tipicamente in una parte generale e in parti speciali relative a ciascuna famiglia di reati presupposto ritenuta rilevante per l'ente.

La parte generale contiene:

  • la descrizione dell'ente e della sua struttura organizzativa
  • i principi etici di riferimento (codice etico)
  • la composizione, i poteri e le modalità operative dell'OdV
  • il sistema disciplinare per le violazioni del modello
  • i flussi informativi verso l'OdV
  • il sistema di whistleblowing

Le parti speciali declinano per ciascuna categoria di reati le attività sensibili, i protocolli di prevenzione specifici, i controlli e le responsabilità.

Fase 3 – Adozione formale e comunicazione interna

Il modello deve essere adottato dall'organo dirigente con delibera formale. La comunicazione capillare a tutti i destinatari, accompagnata da sessioni di formazione dedicate, è condizione essenziale per la sua efficacia. Un modello non conosciuto è un modello inutile.

Fase 4 – Istituzione dell'Organismo di Vigilanza

L'OdV è il cuore pulsante del sistema 231. Il decreto ne richiede autonomia, indipendenza, professionalità e continuità d'azione. Nelle società di capitali di maggiori dimensioni, l'OdV è tipicamente un organo collegiale composto da professionisti esterni (avvocati, commercialisti, esperti di controllo) e, nei casi consentiti, da componenti interni privi di funzioni operative.

L'OdV deve svolgere attività di vigilanza continuativa sull'osservanza del modello, verificare periodicamente l'adeguatezza del sistema e proporre aggiornamenti. Deve ricevere i flussi informativi periodici e le segnalazioni di violazione e redigere una relazione annuale all'organo dirigente.

Fase 5 – Sistema disciplinare e sanzionatorio

Il decreto richiede espressamente l'introduzione di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello. Le sanzioni devono essere proporzionate alla gravità della violazione e differenziate tra dipendenti, dirigenti e figure apicali. Il sistema disciplinare deve essere aggiornato in coordinamento con la contrattazione collettiva applicabile.

Fase 6 – Aggiornamento continuo del modello

L'adeguatezza del modello si misura nel tempo. Le sopravvenienze normative, le modifiche strutturali dell'ente, i risultati delle verifiche dell'OdV e le eventuali criticità emerse nella prassi impongono revisioni periodiche. Un modello adottato nel 2015 e mai aggiornato difficilmente supererà il vaglio di adeguatezza in un giudizio del 2026.


I rapporti con le Linee Guida di Confindustria e degli altri enti associativi

L'articolo 6, comma 3, del decreto attribuisce rilievo alle linee guida predisposte dalle associazioni rappresentative degli enti, previo vaglio del Ministero della Giustizia. Le Linee Guida di Confindustria, periodicamente aggiornate, forniscono un utile schema metodologico per la costruzione del modello, pur non vincolando il giudice penale nella valutazione di adeguatezza. Analoghe linee guida sono state elaborate da ABI per le banche, da ANIA per le compagnie assicurative e da altri enti associativi di settore.

Il rispetto delle linee guida costituisce un elemento di valutazione positiva, ma non garantisce ex se l'esonero da responsabilità: ciò che conta è l'effettiva idoneità del modello rispetto al contesto concreto dell'ente.


Le sanzioni in caso di responsabilità accertata

Le conseguenze per l'ente in caso di condanna sono di quattro tipologie:

  • sanzioni pecuniarie (calcolate per quote, in base alla gravità del fatto e alle condizioni economiche dell'ente)
  • sanzioni interdittive (interdizione dall'esercizio dell'attività, sospensione o revoca di autorizzazioni, divieto di contrarre con la pubblica amministrazione, esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi)
  • confisca del profitto o del prezzo del reato
  • pubblicazione della sentenza

Le sanzioni interdittive possono essere applicate anche in via cautelare nel corso del procedimento, con effetti potenzialmente devastanti per la continuità operativa dell'impresa prima ancora della sentenza definitiva.


Modello 231 e PMI: un tema di rilevanza crescente

Storicamente, l'attenzione al D.Lgs 231 2001 si è concentrata sulle grandi imprese. Nel 2026, però, anche le piccole e medie imprese sono sempre più esposte al rischio 231, per effetto dell'ampliamento del catalogo dei reati presupposto, dell'intensificazione dei controlli e dell'inserimento di clausole contrattuali 231-compliance nelle catene di fornitura delle grandi aziende.

Per gli enti di piccole dimensioni, il decreto consente modelli semplificati e la concentrazione delle funzioni dell'OdV nell'organo dirigente (salvo che non si tratti di società per azioni). Tuttavia, la semplificazione non significa rinuncia alla sostanza: anche una PMI deve costruire un modello organizzativo realmente calato nella propria realtà.


FAQ sul D.Lgs 231/2001 e il modello organizzativo

Il modello organizzativo 231 è obbligatorio per legge?

No, l'adozione del modello è facoltativa. Tuttavia, in assenza di modello, l'ente non dispone dello strumento esimente previsto dal decreto e risponde automaticamente qualora ricorrano i presupposti della responsabilità. In termini pratici, la scelta di non adottare il modello equivale ad accettare consapevolmente il rischio di responsabilità.

Qual è la differenza tra modello 231 e codice etico?

Il codice etico è un documento di principi che esprime i valori dell'ente e orienta la condotta di tutti i suoi componenti. Il modello organizzativo 231 è uno strumento più articolato, che include il codice etico ma lo affianca con protocolli operativi, sistema di controlli, funzionamento dell'OdV e sistema disciplinare. Il codice etico da solo non costituisce un modello adeguato ai sensi del decreto.

Quanto spesso va aggiornato il modello?

Non esiste una cadenza fissa prevista per legge. La prassi consente di individuare come minimo una revisione annuale, coordinata con la relazione dell'OdV. Revisioni straordinarie si impongono in caso di modifiche normative rilevanti, cambiamenti strutturali dell'ente o emersione di criticità nelle attività sensibili.

Il whistleblowing è obbligatorio nel modello 231?

Il decreto non impone espressamente un sistema di whistleblowing, ma la giurisprudenza e le linee guida lo considerano elemento essenziale di un modello adeguato. La normativa sul whistleblowing (D.Lgs 24/2023, recepimento della Direttiva UE 2019/1937) ha introdotto obblighi specifici per gli enti con più di 50 dipendenti, con significative implicazioni sul piano 231.

La responsabilità 231 si applica alle società straniere che operano in Italia?

Sì. Il decreto si applica agli enti che hanno nel territorio dello Stato la sede principale della propria attività. La giurisprudenza ha esteso l'applicazione anche alle succursali e alle stabili organizzazioni di enti esteri che operano stabilmente in Italia.


Costruire il modello con il supporto dell'intelligenza artificiale

La complessità crescente del sistema 231, con il suo catalogo in espansione e la necessità di aggiornamento continuo, rende l'intelligenza artificiale un alleato prezioso per gli studi legali e i professionisti che assistono le imprese nella costruzione e nel mantenimento del modello organizzativo.

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Conclusioni

Il D.Lgs 231 2001 rappresenta uno dei pilastri della compliance aziendale in Italia. La responsabilità amministrativa dell'ente non è una minaccia astratta: è un rischio concreto che si materializza ogni volta che l'organizzazione non è strutturata per prevenire la commissione dei reati presupposto al suo interno.

Costruire un modello organizzativo 231 adeguato significa investire nella governance, nella cultura della legalità e nella protezione del patrimonio aziendale. Nel 2026, con un catalogo di reati presupposto in costante espansione e una giurisprudenza sempre più esigente sul requisito dell'effettività, non è più sufficiente adottare un modello formale: occorre un sistema vivo, presidiato, aggiornato e realmente integrato nei processi dell'ente.

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